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Blog- Amami Alfredo…e le sue posate d’oro

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Mi piace nuovamente ricordare che da 111 anni, ovvero dal 1908, i romani, italiani, turisti e tanti amanti della buona cucina hanno la fortuna di gustare le fettuccine “all’Alfredo”: le famose bionde al doppio burro, condite con parmigiano e freschissime. Già l’anno scorso avevo scritto un post in occasione dei festeggiamenti del 110° compleanno (leggi post).

Oggi vi racconto invece delle famose posate d’oro del Vero Alfredo, posate che furono regalate al fondatore Alfredo Di Lelio da Douglas Fairbanks e Mary Pickford, i due celebri attori americani del cinema muto che vennero a Roma in luna di miele, approdando nel locale d’origine, in via della Scrofa, aperto nel 1914. L’accoglienza calorosa e evidentemente “squisita” di Di Lelio gli valse questo prezioso dono, ovvero quello di una forchetta e di un cucchiaio in oro massiccio con una dedica incisa “To Alfredo the King of noodles”.

Eccomi ospite dei squisiti proprietari, intento a gustare le famose fettuccine con le…. posate in oro. Quale onore! GRAZIE GRAZIE GRAZIE ed AD MAIORA!

 

Sito internet ristorante “Il Vero Alfredo”

Pagina facebook

 

 

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Roma nascosta - La Bugia

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Roma città dalle mille sorprese…

Via di S. Simone è un piccolo vicolo cieco, perpendicolare alla celebre via dei Coronari, non lontano da Piazza di S. Salvatore in Lauro, pieno centro di Roma. Il nome di questa viuzza che ho percorso tante volte, deriva dall’antica chiesa Ss Simone e Giuda ubicata in cima alla scalinata che si innalza a destra della via stessa. Costruita nel XII secolo e consacrata da Papa Pasquale II e poi da Innocenzo II, era dedicata a S. Maria de Monte: infatti essa sorgeva sul “Monte Giordano, accanto al Palazzo di Giordano Orsini e ne costituiva la Cappella baronale. Nel XV° secolo, fu poi dedicata a Ss Simone e Giuda.

Restaurata nel 1700 da Papa Clemente XI, questa bella chiesetta affrescata fu sconsacrata nel 1902 e messa all’asta dal principe Orsini. E’ così che la destinazione d’uso variò, parte ad abitazione, parte a teatro, ovvero il Teatro Alcazar dove, per anni, si esibirono celebri sciantose e starlette dell’epoca, nonché Petrolini. Il locale divenne poi un cinema e fu rilevato alla fine degli anni ‘70 dalla grande attrice Paola Borboni adibendolo a teatro lo chiamò il Teatro Parnaso. Fu infino nuovamente chiuso e riaperto come teatro/ristorante, con il nome di Teatro della Bugia, famoso appunto per la sua formula vincente cena-spettacolo.

Per due stagioni ho avuto modo di proporre con grande successo, un mio spettacolo un po’ riadattato: GRAN VARIETA’.

Il locale chiuse nel 2006 purtroppo, ma sono in tanti a ricordarselo e gran parte del suo pubblico ancora mi segue. Ora è tutto serrato, sepolto come quel mondo di luccichii e paillettes d’un tempo, ma sono felice di averne fatto parte per due anni. Rifare questa scalinata, dopo tanti anni, mi ha quindi commosso, provando quel sentimento di nostalgia per un mondo che non c’è più!!

Sotto, alcune foto della via e dell’ingresso.

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Perché “I love New York”

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I love NY” troneggia ovunque, magliette, capellini, borse, stivali, una scritta ripresa da tante altre città del mondo. Ma vi siete mai chiesti da dove viene questo slogan? Si, perché si tratta proprio di uno slogan, ovvero un logo nonché una canzone risalenti al 1977 e alla base di una campagna pubblicitaria volta a promuovere il turismo nello stato di New York. “I Love New York" è poi la canzone di stato di New York. E’ stato il grafico Milton Glaser a progettare lo slogan, dietro ingaggio di William S. Doyle, vice commissario del Dipartimento del commercio dello Stato di New York. In effetti, all’origine si trattava di uno sketch per accompagnare lo slogan dell'agenzia "I Love New York" e concepito in un taxi. Comprendeva la lettera I e una forma a cuore seguita da NY, tutti sulla stessa linea. Quando l'idea si sviluppò, Glaser decise di impilare l'io e il cuore su una linea sopra i personaggi di New York, affermando in seguito che poteva essere stato "subliminalmente" influenzato dall'immagine della pop art LOVE di Robert Indiana.

All’epoca si pensava che la campagna sarebbe durata 2-3 mesi, tant’è che Glaser lavorò gratuitamente. Invece tale icona in stile pop diventò un enorme successo e continua ad esserlo, tanto da essere compiate in tante altre nazioni anche se nella mente popolare il logo rimane strettamente associato a New York City e la collocazione del logo su semplici T-shirt bianche lo ha reso un simbolo mondialmente riconosciuto.  Lo slogan divenne poi particolarmente importante dopo l’'11 settembre, creando unità tra la popolazione ed i turisti che indossavano tutti le magliette con il logo “I Love New York” come segno di sostegno morale alla tragedia. Glaser ha poi creato una versione modificata per commemorare gli attacchi, ovvero "I Love NY More Than Ever", con una piccola macchia nera sul cuore che simboleggia il sito del World Trade Center.  La macchia nera si avvicina alla posizione del sito nella parte bassa dell'isola di Manhattan.  

Tanto per la Vostra curiosità. cool

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Splendori e miserie dei camerini teatrali

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Come potrete immaginare, in decenni di “peregrinaggio” in tantissimi teatri italiani e non, ne ho visto di cotte e di crude e da tutti i punti di vista. Ho recitato sotto installazioni tecniche pericolanti, su palcoscenici dalle tavole rotte, in teatri dove si moriva di freddo durante l’inverno o si soffocava già da aprile; ho trovato teatri privi di acqua corrente nei bagni di servizio. Ci sono teatri in cui il direttore ti accoglie a pompa magna ed altri in cui incontri solo il custode e dove, da fine ad inizio rappresentazione, se hai una qualsiasi esigenza, puoi contare solo sulla bravura del tuo staff personale… Ci sono persino teatri in cui piove dal tetto ed altri in cui trovi pareti ammuffite.

Ovviamente, ci sono anche teatri dove è tutto all’opposto! Dove ceste di frutta e dolciumi ti accolgono in camerino o addirittura un inserviente passa ogni mezzora con un carrellino chiedendo se occorre qualcosa. Ho visto e “vissuto” camerini meravigliosi, con doccia privata dotata di bagnoschiuma, shampoo e asciugamani profumati od ancora camerini con divano letto per riposare, scendiletto e pantofole usa e getta.

Insomma, potrei scrivere un libro in merito intitolandolo “un tragi-comico itinerario teatrale…”.

Infatti, alcune volte, ti viene proprio da piangere, ma devi comunque andare in scena, all’ora prestabilita, recitare la tua parte, fingendo che tutto vada bene, quando magari non è affatto così.

Ho deciso così di stillare un piccolo vademecum, una sorta di promemoria, di come noi artisti e tecnici vorremmo trovare il teatro al nostro arrivo, ovvero la mattina del debutto:

  • Un responsabile tecnico (capita anche di non trovare gli interruttori per illuminare o spegnere la sala…)
  • Un’attrezzatura tecnica corrispondente a quanto pattuito (spesso viene garantita la presenza di un amplificatore o di un proiettore quando invece non esiste né l’uno né l’altro…)
  • Un sipario funzionante… è sempre imbarazzante trovarsi con un sipario a mezz’asta…
  • Camerini puliti: non li pretendo igienizzati né al profumo di rosa, ma quanto meno puliti e con il cestino della spazzatura SVUOTATO (avete idea di quanto puzzino gli avanzi ammuffiti delle precedenti compagnie…??)
  • Camerini con luci funzionanti… (è anche capitato di starci al buio…)
  • Camerini caldi (specialmente d’inverno): possibilmente almeno 22 gradi.
  • Se i camerini hanno una finestra, sarebbe opportuno sia funzionante, ovvero che si possa aprire e chiudere. D’inverno per non avere spifferi e d’estate per poter aerare l’ambiente.
  • Nei camerini è sempre gradito trovare una bottiglietta d’acqua: so che può costare anche 1 euro, ma a volte accade che i bar del circondario siano chiusi, né si trovino distributore automatici: e la sete incombe lo stesso…
  • Gabinetti con acqua corrente e dotati di carta igienica. La chiave è spesso considerata un optional: personalmente amo una certa privacy…
  • Luci di servizio dietro il palcoscenico (camminare al buio dietro le quinte, magari dovendo anche cambiare un costume non è molto agevole e può essere anche pericoloso)

Infine, è sempre gradito iniziare lo spettacolo in orario, al massimo con 5 minuti di ritardo. Non avete idea quanto sia odioso aspettare 15-20 minuti pronti dietri il sipario, sentire il vocio del pubblico, il suo viavai incessante, la miriade di telefonate “devo spegnere che sono a teatro” (ma tanto non spengono quasi mai… sarà oggetto di un altro post)…

Tutto ciò non è pignoleria credetemi, sono aspetti che danno maggior serenità e consentono di lavorare meglio.

Nella foto, eccomi ben accolto nel bel camerino del Teatro Florida, Firenze.

 

Teatro Florida, Firenze  

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Ospedale di Sion: esperienza di un italiano in vacanza

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Durante queste feste ho dovuto purtroppo chiamare in urgenza il servizio telefonico di guardia dell’ospedale di Sion (Vallese - Svizzera) per un problema di mio figlio, per fortuna non grave e risolto in 48 ore. Il servizio telefonico, nella persona dell’infermiera Aude, mi ha risposto dopo 3 squilli, alle ore 19h30, poi nuovamente alle ore 21h30, dandomi molteplici consigli. Non solo. L’indomani, alle 13h00, mi ha chiamato il primario in persona, il dott. Russo, per accertarsi se la situazione fosse risolta o meno: una cosa incredibile per noi italiani…. Siccome non lo era del tutto, mi ha invitato a venire in ospedale per un consulto più approfondito.

Ora, quando ho raccontato l’accaduto ad alcuni amici valligiani, tutti sembravano stupiti del fatto che avessi ottenuto risposta alle mie telefonate. Infatti, la stampa locale, da giorni, sta pubblicando articoli critici dello stesso servizio, accusandone l’interruzione.

Data la mia esperienza assolutamente opposta, ho voluto approfondire la questione parlandone con l’ospedale stesso.

Ebbene, sembra che una campagna mediatica sia in atto, gettando ombra sull’operato del personale. Il servizio, gratuito e volontario, attivo dal 2004, non è assolutamente stato interrotto! Esso è stato solamente limitato dalle ore 17h alle 23h, orario in cui i medici privati non esercitano a studio, dato che in pochi anni si è passato da 4000 chiamate a 15.000. Dopo le 23h invece, per le urgenze, occorre chiamare il 144 (il nostro 118). Giustamente, questa limitazione a 6 ore giornaliere da parte del personale, non deriva minimamente da una cattiva volontà, ma da una reale impossibilità di gestire tale ammontare di telefonate in aggiunta al proprio lavoro corrente, considerando anche il fatto che la durata media di ogni singola chiamata eccede spesso 10 minuti. Giustamente il personale, con cui ho parlato, chiede semplicemente di poter integrare l’organico di 1-2 unità, null’altro. Non si tratta quindi né di menefreghismo o di insensibilità, né di svogliatezza od altro. E posso affermare che per le 3 ore che sono rimasto in ospedale, ho potuto in effetti personalmente constatare una quantità impressionante di telefonate esterne in arrivo a cui le infermiere rispondevano, sempre con grande disponibilità, in aggiunta al lavoro interno da svolgere.

Pertanto, gradirei lanciare un fiore al servizio in questione ed all’ospedale in generale.

Per concludere e dovere di cronaca, aggiungo che in ospedale ho trovato un servizio eccellente e tempestivo, un ambiente molto accogliente, soprattutto per i bambini, tutto il personale sorridente, affettuoso ed estremamente professionale, nonostante l’evidente mole di lavoro che non lascia tregua. Mio figlio è stato visitato inizialmente da 2 infermiere, quindi dalla pediatra di turno, dall’otorino ed infine dal primario, ha passato due esami specialistici, il tutto nell’arco di tre ore, con un’attesa iniziale di 10 minuti ed un livello di confort assistenziale da 5 stelle!

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Riccia o frolla???

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Riccia o frolla? Questa è una battuta di un mio spettacolo, ma sono anche, e soprattutto, due aggettivi che qualificano la famosissima sfogliatella, spesso oggetto di doppi sensi…

Ma lì dove fu inventata, credo ve ne fossero ben pochi di “doppi sensi” ahimè. Si, perché la sfogliatella è stata inventata in un convento di clausura, quasi sicuramente quello di Santa Rosa, sulla costiera amalfitana, anche se alcuni danno il primato a Santa Chiara.

Compito delle suore era anche quello di cucinare, ivi compreso il pane che sfornavano ogni quindici giorni. Pare che un giorno del ‘600, rimase sul tavolo un avanzo d’impasto, fatto di farina cotta nel latte (semola). Era impensabile buttarlo, così una suora pensò bene – santa ispirazione? – di aggiungervi un po’ di zucchero, di frutta secca e di liquore al limone, creando così un “ripieno” che infilo tra due sfoglie di pasta, addizionate di strutto e, forse, di vino bianco.

Forse per placare il suo sentimento di colpa per aver creato tanta bontà (questo lo aggiungo io! smile), la suora ripiegò la sfoglia superiore, dandole la forma di un cappuccio di monaco, prima di riporre tutto in forno. Il successo fu immediato e redditizio!

Il convento iniziò infatti a produrre la ribattezzata “Santarosa” per i contadini della zona, sempre golosi, che depositavano le monete nella ruota prima di girarla ed ottenere questa squisita novità. Dopo circa due secoli, la sua fama giunse sino a Napoli quando certo Pasquale Pintauro, celebre oste in via Toledo, ne fiutò l’affare. Inizio a produrre la Santarosa, convertendo la sua osteria in laboratorio dolciario.

Ad onor del vero, Pintauro ebbe il merito di modificare la ricetta originale, molto più spartana, e di ribattezzare il dolce in sfogliatella. La sua varietà più famosa, la riccia, ha sempre mantenuto al sua forma triangolare a conchiglia. Diventata celeberrima, la sfogliatella si trova oggi in tutte la pasticcerie di Napoli. Per chi cerca il meglio, consiglio la stessa bottega di Pintauro sempre in via Toledo che, ovviamente, ha cambiato gestione, ma non la qualità, oppure quella della Pasticceria Bellavia.

 

 

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Blog–cos’è la cultura?-incontro con Patrick de Carolis

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La settimana scorsa, nell’ambito della settimana francese Rome-Paris, Paris- Rome, ho avuto modo di assistere a Roma ad una bellissima intervista voluta ed organizzata dalla Sig.ra Jacqueline Zana-Victor di Patrick De Carolis, noto giornalista e presentatore televisivo francese, ideatore di trasmissioni culturali che hanno fatto storia, nonché ex presidente direttore di France Televisions et France 24.

Intervistato da Roly Kornbit di TV Gold, in una bellissima location quale la Galleria Plus Arte Pulse, i temi affrontati sono stati perlopiù attuali:

  • il ruolo che dovrebbe avere la TV pubblica rispetto a quella privata
  • Il ruolo della politica nella televisione
  • L’invasione dell’“intrattenimento” a scapito di altre trasmissioni, film o format informativi e culturali

Grande merito di De Carolis è, a mio giudizio, l’elevatezza e l’ampiezza di vedute circa un mondo mediatico da riformare, italiano, francese ma anche europeo in generale, il desiderio profondo e reale tentativo di migliorarne le sorti, il coraggio della schiettezza, ovvero l’assenza di quest’odiosa modalità espressiva molto in voga il cosiddetto “politically correct” e la sua profonda cultura condita da una buona dose di carisma e simpatia che hanno letteralmente entusiasmato la platea.

Infine, egli ha dato la sua definizione di “cultura”, termine spesso usato a vanvera, oggi sinonimo di un calderone dove le cose più disparate vengono ammassate, senza un minimo denominatore comune di qualità. Basta vedere certi film di “interesse culturale” finanziati dal Mibact e spacciati per film d’interesse “culturale”… .

La definizione di De Carolis della parola “cultura” è molto interessante e condivisibile, in quanto la “cultura” non può essere una semplice etichetta da appiccicare ad un determinato “prodotto” (libro, quadro, spartito musicale…), bensì è l’effetto di quel prodotto sulle persone e la società. Questa definizione, inoltre, racchiude in sé un metro di misura che fa capire immediatamente ciò che ha valore e ciò che non ne ha. In sostanza, è inutile cercare di far accettare il concetto – come tanti relativisti e/o detrattori a-culturati vorrebbero fare – che “Beethoven” e “Ebasta” sarebbero due espressioni culturali di pari valore… vedi mio precedente articolo in merito (leggi l'articolo) e che “i gusti son gusti”. No! La cultura non è semplicemente questione di gusto personale, ma qualcosa di molto di più ampio. La cultura, secondo la bella definizione di De Carolis, è qualcosa di molto più nobile e deve soddisfare 4 punti:

  • La cultura è tutto ciò che ha una funzione aggregante tra le persone: unisce i popoli, le etnie, le generazioni…. si pensi ai tanti libri, alla musica, quadri o film per cui non esistono frontiere, né credi politici o religiosi
  • La cultura è tutto ciò che rivela l’individuo: seppur aggregante, la cultura fa emerge le diversità e l’individualità della persona
  • La cultura è tutto ciò che rende liberi: essa conferisce facoltà critica ed oltre a farci riscoprire noi stessi, la nostra vitalità ed identità, ci libera dai condizionamenti che spesso dissacrano l’esistenza
  • La cultura è tutto ciò in grado di elevare la qualità della vita e di rendere l’uomo migliore

Spero di non avervi tediato con questo post che potrebbe sembra un po’ saccente od avere un sapore troppo intellettualoide. Tuttavia, ritengo che alcune precisazioni vadano fatte, mentre ribadire con forza concetti-chiavi, soprattutto riguardante la cultura per l’appunto è essenziale, per noi e per le future generazioni. Oggi viviamo in un marasma produttivo e mediatico senza precedenti: anche il peggiore obbrobrio del momento troverà un produttore e dei media in vena di vantarne i meriti, vuoi per soldi o per mille altri motivi. Ed è una cosa che ritengo sbagliata ed anche grave. Rendiamo a Cesare quel che è di Cesare!

Quindi grazie al Sig. De Carolis di aver espresso il suo prezioso punto di vista: credo che ogni persona presente in platea sia uscita arricchita da questo incontro che spero potrà essere presto tramesso in TV o via web.

  

Patrick de Carolis

Gold TV

Rome – Paris Paris Rome

Galleria Plus Arte Puls

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Blog – Joe Assouline, i “bistrots parisiens”

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Amici romani, il 9 marzo, ore 18h30, presso la Galleria Fondaco di Roma, si terrà il vernissage del pittore francese Joe Assouline.

Per chi ama il “realismo poetico” delle “vite silenziose”, accorrete per ammirare i suoi famosi “bistrots parigini”, storici testimoni di storie personali e pubbliche, belle o drammatiche, talvolta commoventi, bistrots frequentati dalle persone più “chic”, come dai più tetri e tristi bassifondi, ricettacoli di mille storie disparati che si intersecano, si dimenticano o rimangono impresse per sempre nella Storia.

L'incontornabile "bistrot francese" splendidamente (ri)evocato, dove tutto quello che non si può è qui dipinto.

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